"IO, L'ARCHITETTO LO VADO A FARE IN CINA" - MARCO VITALI Architetto


Quando c’era da proporsi, da farsi avanti, Marco non è mai stato timido. Voleva fare l’architetto e lo è diventato, laureandosi a pieni voti nel 2004 al Politecnico di Milano.

«Ma ho anche capito presto che avere come massima ambizione quella di progettare, se va bene, la casa di qualche mio amico non era nelle mie corde, soprattutto in un contesto dove il successo è inversamente proporzionale alla giovane età, ammette».

In effetti, la vita non è semplicissima per chi decide di fare l’architetto in Italia oggi. Gli studi grossi sono pochi e la libera professione comporta dei rischi notevoli. Ed è così che Marco (Vitali), 33 anni, ha cominciato fin da subito a studiare una traiettoria internazionale per la sua carriera. «Credo sia l’unica possibilità per sperare di fare questo mestiere a un certo livello», spiega. E così, per prima cosa, dopo essersi laureato ha cercato di collaborare con uno di quei prestigiosi studi italiani, scegliendo di candidarsi però a qualcuno che avesse davvero una vocazione internazionale. Come lo studio Caputo Partnership (a Milano). Non bastasse, Marco aveva anche realizzato in fretta che per competere in un settore tanto frequentato, bisognava specializzarsi: «E così mi sono iscritto a un master a Londra di Progettazione e Sviluppo Ecosostenibile».
Una cosa va certamente ammessa, non tutti hanno a disposizione i mezzi necessari per fare esperienze del genere, no?
«Questo è vero, e so di essere stato anche fortunato. Ma se si ha voglia il percorso ce lo si costruisce anche. Infatti quando mi è stato chiesto di stabilirmi a Rotterdam per un anno e mezzo a lavorare presso un altro studio di prestigio internazionale, Erick van Egeraat, non ho esitato ad accettare e sono andato, pur senza sapere molto della cultura olandese, ma inseguendo un sogno. Avevo 27 anni. Non sono certo che proprio tutti i ragazzi che conosco lo avrebbero fatto».
E c’è del vero. Se all’inizio la fortuna (e le possibilità) contano, poi però vanno necessariamente accompagnate da una certa dose di talento e determinazione. Qualità che Marco sembra avere se oggi, a 33 anni, è socio di un importante studio di architettura. Dove? In Cina.
«In architettura, l’America di tanto tempo fa, il luogo capace di offrirti tante possibilità, oggi è in Cina»
«La nostra professione in Italia è in crisi, per questo ho cercato di sviluppare un modello nuovo, che unisca da una parte degli studi di ingegneria ambientale e dall’altra l’architettura ecosostenibile. Ma volevo che nei miei progetti quei concetti fossero seguiti veramente, non buttati lì per modo di dire». E la Cina era una territorio ancora relativamente inesplorato dal settore, in cui era (ed è) ancora possibile dare sfogo alle proprie ambizioni. «Mi sono unito altri due ragazzi italiani Riccardo Minervini di 38 anni e Andrea Bergonzini di 31 e  insieme guidiamo lo studio e condividiamo il sogno che porta il nome di  RM Studio. Abbiamo scelto però di non lavorare da subito indipendentemente ma come branchia internazionale di un famoso studio in Cina (JAO Design). In un anno e mezzo siamo cresciuti da 3 a 20 persone e abbiamo il dipartimento di architettura, di sostenibilità e di interior. Abbiamo seguito progetti per un totale di m2 che sfora abbondantemente il milione (fra planning e building design). Abbiamo progettato musei, torri, grattacieli. Siamo stati anche commissionati per sviluppare il progetto per la ristrutturazione di una città intera in chiave fortemente sostenibile, in Inner Mongolia (Cina)».
Certo, lo scotto è che non sempre è semplicissimo vivere in Cina: «Abbiamo scelto di intraprendere questa esperienza in un momento in cui la Cina sta cambiando molto, sta crescendo. Veniamo dal Paese più bello del mondo e io poi resto dell’idea che in Europa, comunque, si vive meglio. Inoltre mi mancano le persone a cui voglio bene. Ma è un sacrificio che se si vogliono conseguire certi obiettivi, va fatto». Ed è su questo passaggio che Marco insiste. Se anche qualcuno parte da situazioni più privilegiate, non può diventare una scusa perché gli altri si arrendano in partenza. «Nella vita non bastano le occasioni. A me non sarebbero bastate. Serve anche il coraggio e non farsi spaventare dalle grandi barriere che si hanno davanti. Queste barriere aumentano man mano che ci si allontana dalla propria casa. Ma non bisogna arrendersi. In Asia, per esempio, non è solo una questione lavorativa: ci sono anche delle evidenti ed enormi differenze culturali. Ma non bisogna perdere lo stimolo per crescere, per andare avanti». Ora Marco è un professionista affermato. Anche se riesce a tornare dalla sua famiglia solo un paio di volte l’anno, i suoi sforzi, in qualche modo, sono stati ripagati. Ma se dovesse dare un consiglio a qualche coetaneo (o meno), quale darebbe?
«Di cercare di fare quello che davvero piace. Non tutti possono, ma se si riesce ad individuare presto il proprio obiettivo diventa più facile raggiungerlo. E poi consiglio a chiunque di fare esperienze all’estero, di internazionalizzarsi, di imparare le lingue. Chi non può muoversi dal proprio paese perché magari deve mantenere una famiglia, o anche solo aiutarla, ha tutto il mio rispetto. Ma a chi ha magari 25 anni e sta temporeggiando, consiglio con tutto il cuore di fare una scelta coraggiosa, soprattutto di essere curioso, e andare se possibile fare qualche esperienza fuori dall’Italia. Di rendersi conto che il mondo è più grande dei confini nazionali.». Chissà che poi, non arrivi fino in Cina.

1 commenti:

Đào Quân ha detto...
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